Una riflessione dopo lo spettacolo “Diario di un trapezista”
Il pomeriggio di lunedì 23 marzo 2026, in maniera non programmata, il mio compagno ha preso due biglietti per lo spettacolo “Diario di un trapezista” di Sigfrido Ranucci, sapendo quanto io sia una fan di Report e stimi il lavoro straordinario di chi ha scelto di fare giornalismo di inchiesta. La ricerca della verità, base del giornalismo, è già di per sé qualcosa di molto complesso, ma oggi, in questo mondo malato e corrotto, è diventata una scelta che pochi riescono a fare fino in fondo.
Comunque, con grande entusiasmo e curiosità sono andata a teatro e mi sono goduta questo eccezionale monologo autobiografico in cui Ranucci, con il suo linguaggio chiaro e pacato, ha raccontato alcuni episodi della sua vita: casi complicati, casi rischiosi, situazioni emotivamente forti – vedere parti umane o cadaveri non è esattamente il massimo – pressioni e intimidazioni che levati.
La narrativa è stata talmente coinvolgente da sembrare la trama di un film, con personaggi insoliti e stati d’animo che mettono in luce la fragilità umana, a volte la paura, ma anche la grande passione – la chiamerei ossessione, con un’eccezione positiva del termine – e quel senso del dovere che ti spinge le scelte scomode, le scelte che ti indicano solo una direzione: avanti.
È un grande spettacolo, quello di Ranucci. Uno spettacolo che mette in luce il valore del giornalismo, che fa capire l’importanza della notizia, non come interesse o come potere, ma come informazione pubblica. Uno spettacolo che fa riflettere, pensare e capire che senza giornalismo non ci può essere democrazia. E’ un racconto sul coraggio, quello quotidiano di chi è destinato a vivere sotto scorta, necessario per cercare la verità, anche quando costa caro. Il prezzo della libertà.
